martedì 21 febbraio 2012

Sono Punta, mi Ho diplomato (Terza puntata)

Nel microclima che caratterizza il variegato mondo del calcio, c’è un’altra legge non scritta e che dice: un giorno o l’altro giocherai con una punta che si chiama Antonio, invariabilmente detto Tony. È un dato di fatto, oggettivo. Chiunque di noi abbia esperienze e trascorsi calcistici e un minimo di memoria, scoprirà che, almeno una volta, ha avuto davanti (o a fianco) a sé un Tony. Personalmente ho avuto questo battesimo del Tony relativamente tardi. Ma è un’esperienza che mi ha arricchito e difficilmente dimenticherò.
Il Tony di cui parlo, almeno nelle premesse, assomigliava molto a David, il protagonista della prima puntata. Era infatti e dichiaratamente una scommessa del direttore sportivo, pur trattandosi di un giocatore con buoni trascorsi nella categoria superiore. Qualche dubbio aveva suscitato la sua formazione; anni prima, durante una cena, un componente dell’attuale Taurinia aveva espresso perplessità circa i trascorsi della punta, con le parole: “Se guardi il curriculum di Tony, leggi ‘giardinetti – giardinetti – Lucento - giardinetti…”. In cuor mio sapevo che la scommessa era persa in partenza e le ragioni furono immediatamente sotto gli occhi di tutti. Primo, l’atteggiamento: proprio come David, tendeva ad innervosire l’ambiente, scagliandosi con forza e diabolica persistenza nei confronti dell’arbitro, che credo lui chiamasse “direttore”.
Esempio n°1. Domenica invernale, stiamo perdendo malamente in casa. A un certo punto un nostro giocatore insulta il guardalinee con le parole “Testa di merda”, per una rimessa a sfavore. Tony, completamente all’oscuro dell’accaduto, si fionda sull’arbitro che ha (giustamente) appena espulso il colpevole, cominciando a sproloquiare e a cercare di far desistere il ‘direttore’. Quando l’arbitro, stufo, gli fa notare che il compagno ha pesantemente apostrofato il collaboratore, lui, spalanca le braccia, fa tanto di occhi ed esclama (con quel suo gusto tutto particolare per la commedia): “E vabbè ma anche lui (rivolto al guardalinee) è permaloso però!”.
Potrebbe bastare a tracciare il profilo del personaggio in questione. Ma voglio approfondire.
Punto secondo, precario equilibrio mentale: sempre come David, tendeva pericolosamente ad isolarsi dal resto del gruppo. In generale non si può dire che non fosse socievole o simpatico, ma aveva dei momenti di vuoto. E la cosa grave è che spesso portava questo modo di essere anche in campo, sparendo per lunghi tratti della gara, per riapparire ogni tanto, ringhiante nei confronti dell’odiato ‘direttore’: un atteggiamento che, tra l’altro, influenzava non poco la condotta di quest’ultimo e sfavoriva la nostra formazione. Allo stesso modo, teneva atteggiamenti oltremodo irritanti negli spogliatoi. Con mio immenso rammarico scelse il posto accanto a me. Un inferno, il tipo di persona che non vorresti avere come vicino: nervoso, scattante, sempre su di giri. Gomitate e ginocchiate per svestirsi e vestirsi, un continuo rumoreggiare nei momenti di silenzio. Una volta arrivò in ritardo e il mister stava parlando della partita. Lui salutò e cominciò tutta una serie di rumori inutili: casino per togliersi la giacca, casino per sfilare i pantaloni (con tanto di gomitate), casino per infilare tuta da allenamento e dulcis in fundo, lancio della scatola delle scarpe che atterra con un rumore micidiale sul pavimento. Il mister smette di parlare, noi rimaniamo basiti, lui prosegue tranquillamente, tra mille rumorini, la preparazione per l’allenamento. E questo è nulla. Qualche tempo dopo siamo negli spogliatoi dopo un’amichevole. È il sacro momento del dopo doccia, spesso dedicato al thè caldo, bollente. Tony esce dalla doccia e ha una grande idea: vuole riempire una bottiglia di plastica con il thé. Iniziativa non così originale, ma in generale apprezzabile. Da qui in poi la scena cambia e pare di assistere a uno di quegli esperimenti con le cavie da laboratorio. Tony afferra la bottiglia, ma nota subito un problema: c’è ancora dell’acqua dentro. Un fatto trascurabile e facilmente risolvibile per noi esseri umani, diventa un dilemma enorme per lui.
Una persona di media intelligenza a)berrebbe l’acqua rimasta oppure b)svuoterebbe la bottiglia nel lavandino o nelle docce, trattandosi di uno spogliatoio. Lui no. Lui vaga per qualche minuto e sulla sua faccia si disegna l’incubo di non riuscire a venire fuori dalla situazione. Poi si accende la lampadina: si avvicina a un cestino per la spazzatura e versa l’acqua all’interno. Da non credersi. Una cavia da ricovero. E non finisce qui. Perché comincia a riempire la bottiglia, finalmente soddisfatto. Ora, il thermos è posizionato, in un ipotetico quadrato, in punto che chiameremo A. Assegnando ai rimanenti lati, i nomi di B,C e D in senso orario, Tony riempie la bottiglia nel punto A e va a consumare la bevanda nel punto C, all’esatto opposto dello spogliatoio. Ma non la riempie mai tutta. Il thé finisce e lui ritorna all’A per riempirsi la bottiglia e a C per consumare. Questa cosa va avanti per tre o quattro volte. Finché qualcuno giustamente gli fa notare: “Ma Tony, non puoi portarti dietro il thermos?”. L’annata di Tony, lo avrete capito, non fu esaltante: pochi gol, tante ammonizioni, una serie incredibile di “Porco due, direttore!”. Ma lo voglio ricordare in modo affettuoso, con quel profilo da faina, la sua energia per niente contagiosa, il suo amore per Vasco: se mi fermo un momento mi sembra ancora di vederlo, al Delle Alpi, sulla famigerata pista da atletica, mentre fa “i numeri” col pallone, proprio sotto la Scirea, giusto qualche ora prima del concerto di Vasco Rossi. Oppure quella volta in cui partecipò a un programma di Mtv e riuscì a conquistare la bella di turno, sconfiggendo altri due pretendenti. Genio incompreso.

By OMAR Gattuso

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